Sappiamo tutto. E adesso?
Come cambia l’orientamento quando le scelte diventano esperienze da sostenere. A cura di Annie Pontrandolfo, Presidente Asnor.
C’è una cosa che vediamo tutti, anche fuori dai contesti di orientamento: persone che passano molto tempo a capire e molto meno a decidere. Lo vediamo nei percorsi di studio che cambiano prima di trovare una direzione, nei lavori iniziati con entusiasmo e lasciati troppo presto, ma anche nelle scelte quotidiane, sempre più rimandate o continuamente rinegoziate.
Per anni abbiamo raccontato, anche noi, una storia lineare: più strumenti, più consapevolezza, più orientamento avrebbero portato a scelte migliori. Oggi, vediamo che la realtà è più complessa e forse il punto è che serve ampliare lo sguardo. Perché tendiamo a pensare che il problema siano le persone che non scelgono, ma se non fosse solo così?
Il punto è che i contesti in cui viviamo, costruiti da dinamiche economiche, sociali e tecnologiche che non controlliamo, rendono scegliere davvero sempre più difficile. Si parla continuamente di libertà, di possibilità aperte, di strade tutte percorribili, ma poi le persone si trovano sole dentro una quantità di opzioni che non è neutrale: è confronto continuo, esposizione, è la sensazione che ogni scelta sia solo una tra tante e che tutte le altre restino lì, visibili.
Oggi, scegliere non è solo decidere, è esporsi: al giudizio, al confronto con traiettorie che sembrano sempre migliori, ma soprattutto alla perdita. Perché ogni scelta chiude qualcosa, e quel qualcosa non sparisce. In questo contesto, non scegliere diventa, in alcuni casi, una forma di protezione. Restare aperti, non aderire, tenere tutte le opzioni sul tavolo non è solo indecisione, è anche un modo per non perdere. Così però non si costruisce nulla. Non siamo in difficoltà perché non sappiamo scegliere.
Siamo in difficoltà perché non riusciamo a restare. E questo non è un dettaglio individuale. Riguarda il modo in cui stiamo costruendo il presente.
Abbiamo associato la libertà alla possibilità, ma una possibilità, finché resta tale, non produce realtà. La libertà che costruisce è anche una forma di disciplina: la capacità di restare, di sostenere una direzione quando smette di essere teorica e diventa esperienza. Ed è qui che emerge un passaggio oggi fragile, quello dell’aderenza: restare abbastanza a lungo dentro una scelta da permetterle di prendere forma, accettando che il senso non sempre arriva prima, ma spesso si costruisce mentre si attraversano i passaggi.
È su questo passaggio che si gioca una parte nuova del nostro lavoro. Ed è qui che oggi servono competenze diverse, più profonde, capaci di stare dentro la complessità senza semplificarla.
Se continuiamo a pensare l’orientamento come qualcosa che aiuta a scegliere, rischiamo di fermarci prima, perché la parte più difficile arriva dopo: quando la scelta inizia a pesare, quando emergono dubbi, quando le alternative tornano a farsi sentire.
Questo non riduce la responsabilità di chi orienta, la rende più complessa. E forse ci chiede anche di cambiare livello: non difendere l’orientamento, ma capire a quale livello deve lavorare oggi. Non solo prima della scelta, ma dentro la scelta; non in un momento isolato, ma lungo tutto il percorso di vita, in quella prospettiva che a livello internazionale viene definita lifelong guidance e che ancora oggi fatichiamo a riconoscere pienamente.
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Se vogliamo che l’orientamento continui a essere rilevante, dobbiamo avere il coraggio di spostarlo: non solo verso le opzioni, ma verso la capacità di sostenerle nel tempo.
La libertà non è avere tutte le possibilità. È riuscire a restare in una.
Forse la domanda non è più come aiutiamo le persone a scegliere, ma come le accompagniamo a costruire, nel tempo, un senso dentro ciò che hanno scelto. È un passaggio più complesso, ed è proprio qui che l’orientamento può fare un salto: non come risposta semplice, ma come competenza capace di stare dentro la complessità del presente, senza semplificarla.


