La scelta si prepara prima: perché serve una cultura dell’orientamento nei genitori

Accompagnare i ragazzi nelle scelte scolastiche e professionali richiede un lavoro che inizia prima della decisione e coinvolge anche la famiglia. A cura di Alessia Giancola, Orientatrice Asnor e Avvocato canonista.
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Scegliere non è mai semplice. Anche l’etimologia della parola richiama un atto di selezione: scegliere deriva dal latino exeligĕre, legato a eligĕre, cioè scegliere, preferire. Ogni scelta porta con sé anche l’esclusione di altre possibilità.
Per questo, parlare di orientamento significa interrogarsi anche su come prepariamo alla scelta e sul ruolo che i genitori possono avere in questo percorso.
Una scelta non nasce nell’istante in cui viene presa
Nel diritto canonico, il matrimonio si fonda sul consenso, un atto di volontà. Perché sia valido, questo consenso deve essere libero, consapevole e maturo.
Seguendo negli anni cause di nullità matrimoniale, ho visto ripetersi uno schema: la scelta di sposarsi era stata presa senza una reale consapevolezza di ciò che comportava. Non per superficialità, quanto per la mancanza di strumenti utili a leggere sé stessi con lucidità in quel momento.
La stessa dinamica si osserva, con toni diversi, nelle scelte scolastiche e professionali. Una scelta solida non nasce nell’istante in cui viene dichiarata, ma prende forma nel percorso che l’ha preceduta. Un orientamento scolastico o professionale efficace presuppone un lavoro di conoscenza di sé precedente alla decisione finale, così come il consenso matrimoniale presuppone una maturità costruita nel tempo.
Tra algoritmi e relazioni: ciò che orienta prima della scelta
Oggi quel percorso di preparazione comincia a essere occupato molto prima che la persona abbia avuto il tempo di conoscersi.
Cerchiamo possibilità sui motori di ricerca, che restituiscono un’infinità di opzioni. Proviamo a restringere il campo con l’intelligenza artificiale e la sintesi che ci propone può iniziare a incanalarci verso una direzione che non sentiamo ancora come nostra.
Gli algoritmi creano abitudini, proponendo contenuti simili a quelli sui quali ci siamo soffermati di più, e il percorso di scelta che avevamo iniziato liberamente comincia progressivamente a piegarsi verso una direzione già tracciata.
Succede qualcosa di simile anche tra le persone, perché raccogliamo informazioni da chi conosciamo, conserviamo soprattutto ciò che risuona con l’immagine che abbiamo già di noi stessi, scartiamo il resto e finiamo per misurarci su dati raccolti in passato più che su un nuovo processo di discernimento.
Il condizionamento digitale e quello umano sono due facce dello stesso rischio: entrambi restituiscono un’immagine costruita a partire da ciò che si è già mostrato, invece che da ciò che si potrebbe ancora scoprire.
Quando questo accade prima che una persona abbia costruito una conoscenza sufficientemente salda di sé, come spesso accade nell’adolescenza, la scelta può diventare più fragile ed essere più facilmente disattesa nel tempo.
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Il destinatario sbagliato del primo intervento
Negli ultimi anni l’orientamento è entrato ufficialmente nelle scuole attraverso percorsi strutturati, PCTO, giornate dedicate e sportelli di ascolto. Eppure, troppi studenti arrivano al diploma con le idee ancora confuse su chi sono e su cosa vogliono fare della propria vita.
È un dato che deve interrogarci, perché segnala che l’orientamento, così come è oggi impostato, rischia di intervenire nel momento sbagliato e sul destinatario sbagliato.
L’orientamento è stato pensato quasi esclusivamente per lo studente, come se la confusione nascesse soltanto dentro di lui. I ragazzi, però, non decidono nel vuoto. Oggi scelgono in un ambiente nel quale internet, intelligenza artificiale e persone che li circondano cominciano a orientarli molto prima che qualcuno li abbia aiutati a fermarsi e a chiedersi chi sono davvero.
Sono cresciuti all’interno di famiglie che, spesso, non hanno gli strumenti per accompagnarli in questo passaggio. Di fronte a questa difficoltà, molti genitori scelgono la strada più semplice: delegano interamente la questione alla scuola oppure rinunciano a interrogarsi insieme ai figli, lasciando che siano internet e gli algoritmi a riempire quello spazio.
Costruire prima ancora di scegliere
Ciò che va ripensato riguarda il modo in cui si fa orientamento agli studenti, il momento in cui si interviene e le persone da coinvolgere.
Prima ancora di lavorare con i ragazzi, serve costruire nei genitori una vera cultura dell’orientamento, con incontri, laboratori e strumenti pratici che li aiutino a riconoscere i segnali, a porre le domande giuste, a sostenere una scelta senza sostituirsi al figlio e senza arrendersi al silenzio quando il dialogo si fa difficile.
Un genitore orientato, prima ancora che informato, può diventare un alleato reale nel percorso di scelta del figlio, invece di restare un osservatore impotente o un ostacolo involontario.
È proprio nei mesi e negli anni che precedono la decisione che può aiutare il figlio a fermarsi prima di consultare internet o l’intelligenza artificiale, a scoprire cosa lo rende felice e cosa stimola davvero la sua curiosità: in una parola, ad attivare il proprio algoritmo personale, quello che nasce da sé e non da ciò che qualcun altro ha già selezionato per lui.
È lo stesso principio richiamato a proposito del consenso matrimoniale: intervenire nel momento della decisione è troppo tardi se non sono state costruite prima le condizioni perché quella decisione possa essere libera e consapevole.
Se il compito della scuola è insegnare ai ragazzi a scegliere, il compito di chi progetta l’orientamento dovrebbe essere anche quello di aiutare prima i genitori ad accompagnarli nella scelta, restando presenti senza sostituirsi a loro.
La scelta, quindi, non va temuta né idealizzata. Va preparata, a partire da chi accompagna il ragazzo ogni giorno, molto prima che internet, l’intelligenza artificiale o il gruppo dei pari abbiano già tracciato una direzione al posto suo.