Lo spazio del potenziale

Anche il modo in cui guardiamo una persona può aprire o chiudere possibilità per il suo futuro. A cura di Annie Pontrandolfo, Presidente Asnor.
Quanto tempo impieghiamo per farci un’idea di una persona?
Probabilmente molto meno di quanto serva per conoscerla davvero. È una cosa che facciamo ogni giorno. Per orientarci e per dare un primo senso a ciò che abbiamo davanti, certo. Ma ogni semplificazione porta con sé un rischio: quello di confondere la prima impressione con la persona che abbiamo di fronte.
Conoscere una persona richiede tempo, ascolto e la disponibilità a cambiare idea. È un esercizio molto più faticoso che attribuirle un’etichetta, ma è anche l’unico che le restituisce tutta la sua complessità.
Quando incontriamo qualcuno siamo incredibilmente veloci nel raccontarlo. È quasi un riflesso automatico. A volte basta una parola. Un episodio. Un voto. Un errore. Una scelta. È come se, quasi senza accorgercene, le attaccassimo addosso un post-it.
Giulia diventa “quella che non è portata per lo studio”.
Marco diventa “quello che cambia sempre lavoro”.
Amina diventa “quella arrivata da un altro Paese”.
Il problema non è il post-it. I post-it servono. Ci aiutano a fissare un’idea, a orientarci nella complessità, a dare un primo significato a ciò che osserviamo. Il problema è che, a volte, ci dimentichiamo di toglierlo e resta attaccato troppo a lungo. E più tempo passa, più ci abituiamo a guardare quella persona attraverso quel piccolo pezzo di carta, dimenticando che nessuno può essere raccontato da una sola parola, da un solo episodio o da una sola stagione della propria vita.
Forse anche perché viviamo in un tempo che ci spinge continuamente a sintetizzare le persone: in un voto, in un algoritmo, in un profilo, in un curriculum. Ma nessuna sintesi, per quanto utile, riuscirà mai a raccontare una persona nella sua interezza.
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Così un’impressione diventa un giudizio. E un giudizio, con il tempo, rischia di trasformarsi in un destino.
È anche per questo che alcune competenze ci sembrano invisibili. Non perché non esistano, ma perché il nostro sguardo continua a fermarsi sulla prima definizione che abbiamo dato a quella persona. Prima degli strumenti viene la relazione, prima della tecnica lo sguardo e prima della valutazione il riconoscimento della persona. È da qui che inizia davvero l’orientamento.
Negli ultimi tempi, questa riflessione mi ha portata a guardare in modo diverso anche la parola potenziale.
I voti, il curriculum, le esperienze raccontano ciò che una persona ha già fatto. Sono strumenti preziosi, ma parlano del passato.
Il potenziale, invece, ci costringe a spostare lo sguardo. Ci ricorda che nessuna persona coincide completamente con ciò che ha già dimostrato di essere. Non ci chiede di osservare ciò che una persona è stata, ma di domandarci ciò che potrebbe ancora diventare. E forse è proprio questa la sua caratteristica più affascinante: il potenziale non chiede di prevedere il futuro, ma di non considerarlo già scritto.
È qui che, almeno per me, cambia anche il significato dell’orientamento. Se il passato racconta ciò che è stato e il potenziale ci invita a immaginare ciò che può ancora essere, allora l’orientamento vive nel presente. L’orientamento è il luogo in cui il tempo cambia direzione.
Non promette il futuro, ma crea lo spazio perché quel futuro possa iniziare a prendere forma. Perché è proprio nel presente che una possibilità può diventare una scelta, una scelta un’esperienza e un’esperienza una nuova storia.
Così, la domanda non è più se una persona abbia potenziale. La domanda è quanto spazio siamo ancora disposti a lasciare al suo potenziale, prima che quel post-it finisca per raccontare tutta la sua storia.