Il mito del disimpegno NEET in Italia: la trappola della riproduzione sociale

La ricercatrice Marialuisa Villani ha pubblicato negli scorsi mesi una ricerca interessante per esplorare “La condizione NEET tra esclusione e disuguaglianze in Italia” ponendo un “Analisi critica del concetto e delle evidenze empiriche”. Come orientatore credo sia molto importante dare spazio alle evidenze e ad alcune considerazioni utili per indagare e accompagnare il fenomeno. A cura di Fausto Sana, Orientatore Asnor, Formatore & Consulente per giovani under 35.
Indice dei contenuti
- De-costruire l’etichetta NEET
- La “catena delle disuguaglianze” è correlata al peso dell’origine sociale
- Il “low performer” e il rischio di esclusione persistente
- Il paradosso di genere e la “segregazione” nel mercato del lavoro
- Qual è il ruolo dell’orientatore? Le strategie per prevenire i bias sistemici
- Dall’attivazione alla responsabilità di sistema
De-costruire l’etichetta NEET
Il fenomeno dei NEET (Not in Education, Employment or Training) in Italia viene sistematicamente ridotto a una patologia della volontà individuale. Attraverso narrazioni tossiche che attingono al lessico della colpevolizzazione — si pensi ai “bamboccioni” di Padoa-Schioppa o ai “choosy” della ministra Fornero — il dibattito pubblico ha occultato le radici strutturali di una condizione che è, in realtà, l’esito di processi storici e istituzionali stratificati. Superare queste letture moralizzanti non è solo un atto di onestà intellettuale, ma una necessità strategica per comprendere la vulnerabilità giovanile come riflesso di un sistema che ha smesso di generare mobilità.
L’evoluzione del termine, dalle sue origini britanniche alla fine degli anni Ottanta (quando fu codificato come “Status 0” e successivamente “Status A”), evidenzia come la categoria sia nata per mappare una zona grigia precedentemente invisibile alle statistiche. Tuttavia, l’adozione di questo indicatore a livello europeo porta con sé il rischio di quella che Pierre Bourdieu chiamava illusione biografica: la tendenza a interpretare come un percorso personale coerente ciò che è, in realtà, il prodotto di strutture sociali preesistenti. In Italia, la condizione NEET si cristallizza lungo tre assi di disuguaglianza insuperati.
- Territorio: una frattura nord-sud che vede il Mezzogiorno con probabilità di vulnerabilità doppia rispetto al resto del paese.
- Genere: un paradosso sistemico in cui l’alto rendimento scolastico femminile non si traduce in inclusione lavorativa.
- Origine sociale: il capitale culturale familiare come principale — e spesso unico — predittore del destino occupazionale.
Questi fattori non sono incidenti di percorso, ma l’inizio di una catena di disuguaglianze che si attiva molto prima dell’ingresso nel mercato del lavoro.
La “catena delle disuguaglianze” è correlata al peso dell’origine sociale
Il destino formativo dei giovani italiani non è una tabula rasa. Si configura come un processo cumulativo in cui il background familiare esercita un’influenza determinante, trasformando la scuola in un meccanismo di riproduzione della classe sociale. Il modello del “chain effect” (effetto a catena) spiega questo accumulo attraverso tre snodi critici:
- Effetti primari: l’impatto diretto del background socioeconomico sul rendimento scolastico. Le risorse familiari influenzano pesantemente le competenze di base (literacy e numeracy), creando un divario di partenza che il sistema scolastico fatica a colmare.
- Effetti secondari: l’influenza dell’origine sociale sulle scelte educative a parità di rendimento. Qui il privilegio si palesa nella sua forma più pura: gli studenti di famiglie avvantaggiate scelgono i licei indipendentemente dai voti, mentre quelli svantaggiati optano per istituti tecnici o professionali per “prudenza” o mancanza di orizzonti.
- Il background familiare: il sistema di tracking a 14 anni cristallizza le disparità. Un dato allarmante fornito dalle fonti citate nella ricerca indica che il background familiare spesso prevale persino sui suggerimenti dei docenti: studenti di bassa origine sociale a cui gli insegnanti raccomandano il liceo vengono spesso indirizzati dai genitori verso studi professionali, soffocando il potenziale individuale in nome di una sicurezza immediata e presunta.
Il “low performer” e il rischio di esclusione persistente
Lo studente “low performer” non è un fallimento del singolo, ma un segnale di criticità sistemica delle istituzioni educative. Secondo i criteri OCSE-PISA, un low performer (chi raggiunge il Livello 1 o inferiore) è un giovane incapace di gestire ragionamenti complessi o di integrare informazioni diverse per risolvere problemi della vita quotidiana. Questa condizione non è distribuita casualmente, come dimostrano i dati PISA 2022:
| Tipo di Indirizzo | Percentuale di low performers |
| Licei | 7,0% |
| Istituti Tecnici | 19,7% |
| Istituti Professionali | 40,3% |
Il sistema italiano non si limita a fotografare queste disparità; le aggrava attraverso la ripetenza scolastica. Invece di fungere da strumento di recupero, la bocciatura agisce come un meccanismo di sanzione istituzionale che colpisce in modo sproporzionato gli studenti di basso status socioeconomico. La ripetenza assorbe e rafforza il profilo di vulnerabilità, minando la fiducia del giovane e trasformando la scuola in un luogo di “povertà educativa istituzionale” piuttosto che di riscatto.
Il paradosso di genere e la “segregazione” nel mercato del lavoro
Il fenomeno NEET in Italia presenta un volto marcatamente femminile, caratterizzato da una contraddizione stridente. Le ragazze ottengono risultati scolastici migliori e hanno aspettative più elevate, eppure sono più esposte all’inattività.
Questo paradosso è alimentato da tre driver complementari.
- Socializzazione di genere e “effetto matrimonio”: soprattutto nella fascia 15-24 anni, il matrimonio e la formazione di una famiglia agiscono come acceleratori di inattività per le donne, un fenomeno sociologico noto come effetto matrimonio che sposta il carico del caregiving esclusivamente sulle giovani donne.
- Approccio razionale di compensazione: le donne investono di più nell’istruzione per tentare di compensare, preventivamente, le discriminazioni salariali e contrattuali che sanno di dover affrontare.
- Segregazione intersezionale: il gap è drammatico tra le giovani donne straniere, la cui incidenza NEET sfiora il 50%. Per loro, l’invisibilità è tripla: legata al genere, al background migratorio e alle barriere nel riconoscimento dei titoli di studio.
Qual è il ruolo dell’orientatore? Le strategie per prevenire i bias sistemici
In questo contesto, l’orientamento non può essere una semplice funzione amministrativa. Deve trasformarsi in un atto politico volto a espandere quella che Appadurai ahiama la “capacità di aspirare”. L’orientatore deve essere consapevole delle “bounded Agency” (agenzie vincolate): i giovani non scelgono nel vuoto, ma all’interno di margini di manovra ristretti da vincoli strutturali. Pertanto, il contesto dove si trova a scegliere influenza la scelta e la progettazione di percorsi individuali futuri.
I margini di azione che possiamo attenzionare sono legati a queste 5 aree di influenza:
- Evitare di suggerire percorsi professionali a studenti svantaggiati solo in base alla loro estrazione sociale, ignorando il potenziale cognitivo;
- Aiutare lo studente a riconoscere i vincoli familiari e territoriali come limiti superabili, non come destini ineluttabili;
- Lavorare sull’immaginario professionale per rendere “pensabili” percorsi accademici anche in contesti di povertà educativa;
- Supportare le giovani donne nella pianificazione di traiettorie che non sacrificano l’autonomia sull’altare della socializzazione di genere tradizionale;
- Agire come contrappeso critico laddove il corpo docente, datori di lavoro o la famiglia tendano a riprodurre stereotipi di classe o di genere.
Dall’attivazione alla responsabilità di sistema
È necessario ribaltare il paradigma. Il sistema NEET non è un malfunzionamento, ma il prodotto logico di un mercato del lavoro duale e di una scuola segmentata. Le politiche di attivazione individuale (come Garanzia Giovani) hanno ancora spazio per ri-progettare il loro punto di partenza, per ri-pensare la premessa di base che pone come problema l’inadeguatezza del giovane Neet come un qualcosa da riparare.
In realtà, stiamo assistendo a una “ri-commercializzazione del rischio” (Recommodification of Risks). Le istituzioni (politiche, formative, del lavoro) e il mercato del lavoro hanno trasferito l’instabilità e i rischi occupazionali interamente sulle spalle dell’individuo. Attivare un giovane in un mercato che offre solo contratti precarizzati e bassi salari significa semplicemente inserirlo in un ciclo di povertà lavorativa.
La responsabilità deve tornare al sistema, senza riforme sui contratti, sui salari e sulla qualità dell’offerta formativa nelle aree marginali (ma non solo), l’attivazione resta un palliativo statistico.
I dati dei neet rischiano di essere una classifica da scalare (ridurre la percentuale) senza interpretare ed apportare quelle modifiche che possono trasformare un mercato del lavoro che sta mutando rapidamente. Un mercato del lavoro che pone sempre più, nella sua frammentazione, il target giovanile come soggetto escluso da includere.
L’orientatore deve agire come sentinella della mobilità sociale, consapevole che ogni consiglio può spezzare o saldare un anello della catena delle disuguaglianze. La lotta (o per meglio dire l’accompagnamento) ai NEET non si vince con l’emergenza, ma con interventi strutturali che garantiscano il diritto all’immaginazione del futuro anche a chi nasce ai margini.
Per la comunità degli orientatori e dei decisori politici, restano urgenti tre interrogativi:
- In che misura i nostri suggerimenti di orientamento confermano, piuttosto che sfidare, le gerarchie sociali e il sorting istituzionale preesistente?
- Siamo pronti ad ammettere che il basso rendimento è spesso un segnale di povertà educativa istituzionale e non una mancanza di impegno del singolo?
- Come possiamo trasformare l’orientamento in uno strumento che restituisca alle popolazioni migranti e ai giovani delle aree marginali il potere di agire oltre i vincoli delle loro “bounded agency”?
Il futuro di oltre un milione e mezzo di giovani dipende dalla nostra capacità di smantellare questa trappola, restituendo valore al merito reale e non al privilegio ereditato.