Reelaunchers | Puntata 9: Intervista a Silvia Damian

Un percorso di rilancio costruito tra esperienza internazionale, consapevolezza e nuove competenze.
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E.B. Ciao a tutti e a tutte. Benvenuti e bentornati al nono episodio della rubrica Reelaunchers. Vi ricordo che questa rubrica è curata da Asnor, l’Associazione Nazionale Orientatori, ed è un format attraverso il quale raccontiamo le storie di persone che, a un certo punto del proprio percorso scolastico o professionale, decidono di ricominciare, di fare una sorta di restart. Oggi è con noi Silvia Damian. Benvenuta, Silvia.
S.D. Ciao, Endrina. Grazie mille per l’invito.
E.B. Grazie a te per essere qui. Silvia è veneta, è orientatrice professionale e consulente di carriera. Questa puntata sarà particolarmente interessante perché emergeranno elementi che parlano di mondo, di viaggi e di una dimensione internazionale. Silvia, qual è stato il tuo percorso formativo e da quale settore professionale provieni?
S.D. Ho alle spalle quindici anni di lavoro in azienda, di cui dieci di esperienza personale e professionale all’estero. Ho vissuto a lungo in Germania e ho lavorato in settori diversi, principalmente nel fashion e nell’e-commerce, ma anche nel travel tech. Ho ricoperto ruoli differenti, occupandomi della gestione dei clienti, di nuovi progetti e dello sviluppo di nuove opportunità. Ho avuto inoltre la possibilità di conoscere tipologie di aziende diverse, dalla start-up alla scale-up fino alla multinazionale.
Ho quindi un bagaglio molto variegato che mi è servito, e continua a servirmi, per dare valore aggiunto a ciò che faccio oggi come orientatrice e consulente di carriera. Immagino che tu stia pensando: “Come sei arrivata a fare ciò che fai oggi?”. È un pensiero lecito. In realtà, purtroppo o per fortuna, non sono mai stata una persona che sapeva che cosa volesse fare da grande.
Sapevo ciò che mi piaceva fare ed ero consapevole di essere molto curiosa, attiva e con tanti interessi. Mi piaceva viaggiare e amavo le lingue. Nel corso degli anni tutto questo si è tradotto in una laurea magistrale in Lingue per la comunicazione e la cooperazione internazionale.
E.B. Bello.
S.D. Sì, è stato un percorso di studi molto interessante e stimolante. Conseguita la laurea magistrale, il mio unico obiettivo era cercare e trovare un’opportunità professionale: non “l’opportunità”, ma “un’opportunità”. Credo fosse anche una questione di retaggio culturale e di mentalità. All’epoca, per me, l’importante era trovare una dimensione lavorativa che potesse darmi un certo equilibrio da tutti i punti di vista.
Mi sono data da fare e, tra la fine degli studi e la mia avventura all’estero, ho svolto in Italia tirocini, stage e lavori precari. Alla fine ho deciso di mettermi in gioco a 360 gradi e di cogliere l’opportunità lavorativa che mi ha portata a vivere in Germania per circa dieci anni. È stata un’esperienza arricchente sotto tutti i punti di vista. Le diverse aziende, mansioni e responsabilità mi hanno lasciato qualcosa.
Con il passare degli anni, però, sentivo sempre una voce di fondo che strideva. Ho capito in seguito che esisteva una forte dissonanza valoriale tra chi ero, ciò che volevo fare e l’impatto che desideravo creare all’esterno, ma prima di tutto su me stessa.
La ragione scatenante che mi ha portata fin qui è stata l’opportunità, avuta durante le esperienze di lavoro all’estero, di collaborare con il dipartimento delle risorse umane. Oltre alla gestione dei progetti, allo sviluppo di nuove opportunità, ai KPI, alle performance e ai budget, ho iniziato a occuparmi prima dello screening dei CV e dei colloqui. In seguito ho assunto un ruolo sempre più importante nello sviluppo e nella formazione delle persone, accompagnando la crescita professionale e, di conseguenza, anche personale dei colleghi.
Questo mi ha aperto un mondo che ho iniziato a esplorare gradualmente. Mi ha portata a guardare me stessa sotto una luce diversa ed è il motivo per cui oggi sono ciò che sono e faccio quello che faccio.
E.B. Che bello, e che bella energia. Prima faccio un passo indietro: con Silvia abbiamo già parlato della Germania, visto che anch’io vi ho studiato per un anno. Quindi: herzlich willkommen.
S.D. Dankeschön.
E.B. La tua è un’esperienza davvero ricca. Mi ha colpito il fatto che tu abbia conosciuto realtà e modelli di business diversi, dalla start-up alla multinazionale, oltre all’esperienza all’estero. Vedere altri contesti apre la mente, permette di assimilare nuove idee e offre ulteriori stimoli.
Andare all’estero è affascinante, ci piace parlare di valigie e di aerei, ma quando si vive per tanti anni lontano bisogna fare i conti anche con quella che in portoghese chiamiamo saudade, la nostalgia, e che in tedesco è Heimweh. Ne parleremo tra poco. A un certo punto, però, nel tuo percorso c’è stata una rottura. Che impatto ha avuto sulla tua carriera?
S.D. L’impatto è stato graduale, perché si è trattato di una rottura ben pensata. Forse ci ho messo anche troppo. È stato un lungo percorso con me stessa, iniziato quando ho capito che ciò che facevo non mi dava, non dico la felicità, ma lo scopo e la missione che desideravo per me.
Nel corso degli anni ho costruito una strategia fatta di piccoli passi, un piano ragionato ma molto pratico, che mi ha portata a rompere con la situazione precedente. L’impatto c’è stato, ma è stato graduale: la conseguenza logica di tutta la strategia che avevo definito e che mi ha condotta a cambiare completamente vita e approccio a determinate dinamiche. Per questo direi che è stato un impatto positivo.
È anche ciò che cerco di trasmettere alle persone che supporto. Quando viviamo una situazione di disagio tendiamo a scappare. A volte, invece, è meglio fermarsi e riflettere, perché si rischia di passare dalla padella alla brace. Nel mio caso non è accaduto proprio perché ho seguito un piano preciso, procedendo per passi e cercando di non fare il passo più lungo della gamba.
E.B. È una strategia interessante. Ripensando al mio rilancio, io ho elaborato la strategia dopo. Tu, invece, lo hai fatto preventivamente. Può essere un consiglio utile per le persone che decidono di farsi orientare: pensare in anticipo al supporto di un orientatore, cioè di una persona che aiuti a costruire un piano d’azione e una strategia.
Quali competenze tecniche o trasversali hai deciso di rafforzare, oppure di sviluppare da zero, per affrontare questo cambiamento e questa transizione?
S.D. Per quanto riguarda le competenze tecniche, ho iniziato prima di tutto a lavorare su me stessa attraverso un percorso di coaching. Quando ho compreso alcuni aspetti importanti che mi mancavano e ho iniziato a capire in quale direzione volessi andare, ho deciso di intraprendere un percorso professionalizzante nel mondo del coaching. È stata la prima competenza tecnica che ha arricchito la mia cassetta degli attrezzi, utilizzata prima su di me e poi nella professione che svolgo oggi.
Un percorso di coaching non offre soltanto competenze tecniche, ma permette di sviluppare soprattutto competenze trasversali, a cominciare dall’ascolto attivo. A questo si aggiunge il percorso professionalizzante nell’orientamento professionale, che per me è stato importantissimo e imprescindibile e continua ad arricchire il mio bagaglio.
Tra le competenze trasversali metterei al primo posto l’ascolto. Potrebbe sembrare la più semplice, ma ancora oggi mi richiede un investimento di tempo per comprenderne tutte le dinamiche. L’ascolto attivo porta ad avere determinate intuizioni e permette non di guidare, perché un coach non guida, ma di supportare le persone nel fare riflessioni e nel giungere alle proprie conclusioni.
Ci sono poi tutte le competenze legate alla comunicazione efficace, alla leadership, alla flessibilità e alla capacità di adattamento, che nella mia professione sono molto importanti. Mi ricollego così al cambiamento totale del mio stile di vita: dopo tanti anni in azienda, oggi sono una libera professionista. Devo gestire il mio tempo e costruire ogni giorno le opportunità. La flessibilità è la base su cui poggia tutto il resto.
E.B. Mi hai anticipato, perché stavo per chiederti proprio della capacità di adattamento e della flessibilità. Probabilmente il tuo allenamento tra Italia ed estero ti ha dato qualcosa in più: hai dovuto adattarti a un Paese come la Germania, molto accogliente ma con una mentalità diversa da quella italiana. Anche il ritorno ha allenato ulteriormente questa competenza.
S.D. Hai colto il punto. L’esperienza all’estero mi è servita molto per rafforzare e affinare la capacità di adattarmi, di essere flessibile, di trovare soluzioni anche quando sembra che non ce ne siano e di sviluppare il pensiero laterale. Naturalmente non è tutto merito dell’esperienza all’estero e questo non toglie nulla a chi non l’ha vissuta. Riconosco, però, che una parte importante delle mie competenze trasversali deriva proprio da quell’esperienza.
E.B. Esco per un momento dalle domande abituali. Che cosa diresti ai ragazzi, giovani o meno giovani, che sognano di andare all’estero o di scappare? Durante gli orientamenti incontro spesso persone, soprattutto giovani, che vedono l’estero come l’unica soluzione. Tu, che ci hai vissuto tanti anni, che cosa consiglieresti?
S.D. Di pancia direi: se sei giovane e hai voglia di metterti in gioco, perché no? Consiglierei però di fare delle valutazioni, perché l’erba del vicino sembra sempre più verde, ma non è necessariamente così. Non frenerei mai nessuno, ma sarei altrettanto onesta: bisogna valutare i pro e i contro e poi fare un bilancio.
Potrebbero esserci anche più aspetti negativi e si può decidere di partire lo stesso. È però importante essere consapevoli delle situazioni che si potrebbero incontrare. Da casa possono apparire idilliache e poi rivelarsi diverse. Anch’io pensavo che all’estero tutto funzionasse meglio, fosse più bello e offrisse molte più possibilità. Può essere così, ma anche no.
Per indole tendo a incoraggiare: se vuoi fare un’esperienza, falla. Come in tutte le cose, però, bisogna assumersi la responsabilità delle proprie scelte.
E.B. Ti ho fatto questa domanda perché il ruolo dell’orientatore e dell’orientatrice è certamente importante per accompagnare le persone a disegnare un progetto di vita e professionale. Il nostro compito è anche quello di aiutarle a compiere valutazioni realistiche, a comprendere il proprio ecosistema e a fare scelte informate, mantenendo i piedi per terra.
È bello sognare, e io da Pesci sogno dalla mattina alla sera, ma vivendo ho imparato a fare i conti con la realtà. Ritornando alla nostra vita italiana e al mercato del lavoro, come dovrebbe essere per te un team all’interno di un’azienda? Quali caratteristiche dovrebbe avere?
S.D. Per me è importante collaborare con persone che lavorino in un ambiente sano, nel quale esista una cultura aziendale improntata al benessere organizzativo. Questo è possibile mettendo la persona al centro. Prima di essere CEO, direttore, responsabile, dipendente o collaboratore, ognuno di noi è una persona.
Una giusta cultura aziendale deve diffondere la collaborazione, la condivisione della conoscenza e una leadership efficace. Le persone devono percepire di trovarsi in un ambiente sicuro, nel quale sia possibile crescere sul piano personale e professionale e imparare a comunicare in modo efficace.
È importante anche sapere come dare e ricevere i feedback, non soltanto nel rapporto tra responsabile e dipendente, ma anche tra pari, forse soprattutto tra pari. Sono tutti elementi che influiscono sul benessere generale dei componenti dell’azienda. Il mio ambiente aziendale ideale è un ambiente sano nel quale alla base di tutto ci sia il confronto costruttivo. Questo vale anche al di fuori delle aziende, in qualsiasi tipo di relazione.
E.B. Hai toccato punti che potrebbero sembrare banali o ripetuti, ma che in realtà non sono ancora stati risolti. Molti percorsi di coaching, anche ai livelli più alti, affrontano proprio la difficoltà di dare e ricevere feedback e la comunicazione all’interno dei team.
Mi è piaciuta la tua risposta perché, nella sua apparente semplicità, rispecchia la realtà. Si vede che svolgi questo lavoro ogni giorno. Per risolvere molti problemi servono elementi che sembrano semplici, ma non lo sono quando bisogna lavorarci concretamente. Non dobbiamo cercare la scoperta della Luna per stare bene nelle aziende o nei luoghi di lavoro.
Quali difficoltà hai incontrato, o incontri tuttora, nel portare avanti il tuo progetto professionale?
S.D. La prima difficoltà me la sono autoimposta ed era legata a pensieri limitanti e autosabotanti. Per fortuna sono riuscita a individuarli, riconoscerli e smontarli. C’è voluto tempo e il coaching mi è stato molto utile.
Una volta superato il blocco rappresentato dalle mie paure, talvolta nate da aspettative esterne o da elementi che non mi appartenevano, mi sono confrontata con un’altra difficoltà, comunque superabile: far percepire all’esterno il mio valore professionale, la mia esperienza e le mie competenze, attribuendo loro anche un valore economico. Altrimenti non sarebbe un lavoro, ma un hobby, e di hobby non si vive.
La difficoltà di un libero professionista, soprattutto all’inizio, è capire come definire una strategia che consenta di dare valore al modo in cui viene percepito e alla propria professionalità, affinché quel valore venga riconosciuto e corrisposto. Non è un processo immediato: servono tempo, strategia e anche fallimenti. Siamo abituati a demonizzarli, ma se non fallissimo non potremmo nemmeno eccellere o raggiungere i nostri obiettivi.
In questa fase è la difficoltà principale che incontro, ma sono convinta che, con il giusto approccio e procedendo per passi, si possa superare. Parlando con altri liberi professionisti che si sono messi in gioco, ho raccolto spesso lo stesso tipo di riscontro.
E.B. Mi riconosco pienamente in ciò che dici. È una delle difficoltà maggiori, legata proprio al tipo di lavoro che facciamo: dare valore a ciò che offriamo e lavorare sul valore percepito. All’inizio sembra quasi un hobby, ma alla fine del mese bisogna arrivarci.
La svolta, senza entrare in troppi tecnicismi, è legata anche alla consapevolezza che deve maturare nel libero professionista. Si parte convinti, ma ci si scontra presto con i fallimenti. Per me hanno significato anche i “no” ricevuti inizialmente davanti a proposte e candidature.
L’orientamento e il coaching sono professioni relativamente nuove e oggi stanno vivendo una forte crescita. Si stanno inoltre diffondendo carriere più trasversali. Durante i percorsi di orientamento incontro persone che riescono, anche grazie al nostro aiuto, a collegare le proprie identità professionali e a riunire in una sola persona due o tre ruoli, come accade anche a noi.
Nel mio caso la svolta è arrivata quando ho acquisito piena consapevolezza delle competenze che possedevo, di quelle sviluppate per il nuovo ruolo e del valore che offrivo. Oggi, per esempio, vivo la gestione di LinkedIn con maggiore serenità, perché ho mandato i miei sabotatori “in spiaggia”. Non c’è più il timore costante del giudizio: condivido, scrivo e dico ciò che ritengo, senza voler fare la guru di nulla.
Credo che molto dipenda dal valore che per prima attribuisci a te stessa. Il resto arriva quando sei davvero convinta di ciò che offri, perché lo vedi nei percorsi, nelle storie ascoltate ogni giorno, nelle svolte e nelle transizioni. È un punto importante, perché spesso qualcuno chiede: “Ho studiato, sono diventato orientatore o coach: adesso che cosa devo fare per iniziare a guadagnare?”. Prima di tutto bisogna essere consapevoli e attribuire valore al proprio lavoro.
Soprattutto all’inizio possono arrivare anche proposte indecenti. A quel punto sei tu a dover far percepire il valore. Sul piano pratico possono poi essere utili le associazioni, le partnership e la formazione continua. Ti faccio un’ultima domanda.
S.D. Aggiungerei anche il network, che è imprescindibile soprattutto per il lavoro che facciamo. Riuscire a creare i contatti giusti è un lavoro a sua volta e sostiene tutto il percorso che una persona compie su di sé. Prima bisogna crederci ed essere consapevoli del proprio valore; poi lo si trasmette all’esterno, anche attraverso il modo in cui ci si presenta e la rete che si costruisce ogni giorno.
E.B. Bravissima. L’ultima domanda è molto legata al tuo lavoro. Accompagni persone che si candidano, inviano curriculum e cercano di essere spendibili sul mercato del lavoro. Che cosa diresti ai recruiter affinché le selezioni siano più allineate alla domanda? In Italia abbiamo un grande problema di mismatch.
Voglio citare anche un’orientatrice Asnor, Maria Grazia Sasso, che ha pubblicato di recente un post con percentuali molto alte: siamo quasi al 50% di mismatch. È un dato grave. Il problema è noto da tempo, ma non si riesce ancora a risolverlo.
Nelle politiche attive, per esempio con il progetto GOL, e più in generale nei percorsi di orientamento, si individuano le competenze possedute e gli eventuali gap. Attraverso la formazione e percorsi di sviluppo è possibile colmarli, cercando di allinearsi alle richieste del mercato del lavoro. Che cosa diresti ai recruiter per migliorare il processo di selezione e renderlo più inclusivo e meritocratico?
S.D. È un tema molto importante. Direi innanzitutto di non fermarsi all’apparenza del candidato perfetto in base al titolo o al percorso di studi. Naturalmente esistono delle eccezioni e ogni situazione va valutata singolarmente. In generale, però, bisognerebbe andare oltre e dare maggiore importanza, quando possibile, alle competenze trasversali.
Un gap di competenze tecniche può talvolta essere colmato con l’upskilling, il reskilling o un percorso di formazione. Le competenze trasversali sono invece un’altra questione. Dare luce e spazio anche a un candidato che non corrisponde al cento per cento alle competenze verticali richieste dalla posizione potrebbe aprire nuove possibilità.
Questo potrebbe cambiare il modo in cui vengono considerate persone che, pur non apparendo immediatamente adatte, possiedono un valore importante e competenze alle quali, dal mio punto di vista, bisognerebbe dare più spazio.
E.B. Approfitto per chiederti un confronto con la Germania, dove hai vissuto per molti anni. Esiste lo stesso problema di mismatch? Sai come vengono affrontate le politiche del lavoro?
S.D. Non viene vissuto come in Italia: non ci sono gli stessi numeri e le stesse percentuali. La situazione lavorativa è molto diversa, anche se negli ultimi anni le cose sono cambiate anche lì. Parlando soltanto in base alla mia esperienza, l’approccio al candidato che non corrisponde al cento per cento alle competenze verticali richieste è stato molto più aperto.
Nei processi di selezione e reclutamento venivano presi in considerazione elementi che andavano oltre il titolo di studio, la formazione o le competenze estremamente tecniche, lasciando maggiore spazio alle componenti comportamentali, alle capacità di leadership e alle competenze affini.
E.B. Grazie, Silvia, è stato molto interessante. Oggi l’orientamento viene studiato, analizzato e vissuto anche a livello europeo e Asnor porta avanti diversi progetti internazionali. Grazie per aver condiviso il tuo punto di vista.
S.D. Grazie a te, Endrina, per avermi dato l’opportunità di condividerlo.
E.B. Grazie. In bocca al lupo per tutto e torna a raccontarci la svolta definitiva.
S.D. Viva il lupo. Assolutamente, non vedo l’ora.
E.B. Ci vediamo nel prossimo episodio. Un saluto a tutti da me e da Silvia.